Recensioni

L’ATTIMO CROMATICO di Anton Giulio Niccoli

Nell’arte di Silvia Lentini è centrale il problema dell’espressione, del trarre fuori dalla propria interiorità gli elementi costitutivi del quadro. Pare un’urgenza comunicativa proporzionale alla facilità di disegno che l’artista manifesta. La struttura delle sue opere non esprime un disagio esistenziale o un rapporto conflittuale con la società contemporanea, ma mette in evidenza le aspirazioni di chi desidera camminare negli aspetti positivi della vita.
La chiave della sua arte sta nel comprendere che il polo su cui far leva, è quello del senso formale e armonico del dipingere, allontanandosi da possibili riduzioni e rinunce.La sua figurazione mira alla costruzione di un’opera che non vuole essere, e non è, una imitazione della realtà esterna, ma la creazione di un’ opera interna attraverso simboli prevalentemente visivi.
Il lavoro di Silvia Lentini ci mostra la sua forte capacità d’osservazione che appare distinta da quella razionale o religiosa. Vengono così dipinte immagini tendenti a un insieme che agguanta l’equilibrio e l’unitarietà.Il reiterare soggetti come alberi, fiori, volti di donne, ci porta a riflettere sulla nozione romantica di “empatia” supponendo quell’immedesimazione tra determinate forme del mondo esterno e l’artista stessa.
Queste capacità visuali, le consentono di introiettare i moti suscitati dalle forme stesse, per poi proporli riformulati dalla sua emotività, con una mano che ne forgia di nuovi. Il passaggio “esterno-interno-esterno”, appare nella definizione stilistica, nell’esigenza coloristica e nella ricerca intuitiva della geometrizzazione.
La pertinacia sui medesimi temi rivela, oltre a ciò, un continuo rovello creativo espresso con un linguaggio che alterna forme materiche, gradazioni luminose, autonomie volumetriche che mostrano un “frammento” celato dell’artista. I suoi lavori riferiscono di ambientazioni perlopiù accoglienti, con una linea di ricerca rivolta propriamente al fattore pittorico, alla coerenza interna del quadro dipinto, alla sua pienezza. I sentimenti si animano mediante la comunicazione dell’essere interiore con il reale.
L’ambiente circostante non è solo uno spettacolo da ammirare, ma un’esperienza da vivere e la pittura è un modo di viverla.I ritratti e le nature non sono semplici oggetti, ma incessanti stimoli e sollecitazioni. Le creazioni appartengono a una propria visione caratterizzata da una “grafia”che la distingue: la testimonianza diviene più importante del testimone.
E in questo percorre la strada espressionista.Il bisogno di fissare gli impulsi intimi con apparenze che si colgono all’istante, che non richiedono affaticamenti interpretativi da parte del fruitore, l’accostano di fatto al puro impressionismo. Nel riprodurre una sensazione attraverso il visibile, registra un esercizio visuale impresso nella memoria, impedendo l’esistenza di un punto di vista di uno spettatore privilegiato, essendo sempre il proprio. I suoi soggetti liberatori vogliono sciogliere dalla profondità, le zone sensoriali; la loro evoluzione è solo di ordine tecnico; non mutano psicologicamente, così da mettere a fuoco maggiormente quanto è più rilevante.
Nelle composizioni dove compaiono i personaggi femminili, ad esempio, la loro totale mancanza di partecipazione, si unisce alla totale mancanza di ricettività degli stessi: sembrano immobili e pensanti, bloccati in un istante che non appartiene allo spazio fenomenico, semmai a quello interiore. Silvia Lentini non si pone domande, accettando che l’immagine s’imprima sulla tela come è stata avvertita inizialmente, filtrata dalla sua sensibilità.Alcune forme sono incise, scolpite più che dipinte, altre hanno contorni fortemente definiti, saldando in un’unica superficie piani differenti.
La linea dei volti è spesso pesante; sembra un solco nero scavato nella massa coloristica; altre volte invece è sottile. Il colore ora è denso e pastoso, ora magro, ora intenso.La funzione però rimane la stessa: l’artista individua, nel variare e nel divenire dei valori, la mutazione nella continuità. Individua le ragioni di una attualità e permanenza che equivalgono al suo essere partecipe del mondo, all’espressione e modificazione di sé.
Silvia Lentini isola un passo del “testo personale” che la caratterizza – reso significativo da una presenza sentita – non giungendo mai alla pittura analitica, ma alla poesia tramite il sentimento.I suoi quadri non ci parlano di chissà quale esperienza vissuta, angosce o felicità specifiche, per farlo dovrebbero palesare un effettivo interesse per le circostanze. Ciò che fanno invece, è mostrare come una forma possa trasformarsi di continuo in infinite “recite” di se stessa, senza mai essere caratterizzata in maniera definitiva.
Non essendoci circostanza, non sussistono spazi e realtà concrete, solo spazio dell’opera e realtà pittorica. Le sensazioni si idealizzano in una visione appassionata, e al contempo si appesantiscono, esasperandosi. Questo perché ad essere esibiti non sono autentici elementi, ma l’essenza cangiante dell’artista, colta attraverso le differenze della realtà naturale captate nell’istante. L’esperienza visiva, di fatto, è sempre più universale delle contingenze.
E l’atto percettivo che ne consegue, dà luogo a un’esigenza complessa dove non possono vivere regole decretate, e dove l’osservare o il ricordare, qualificano costantemente qualcosa di specifico. La sua elaborazione non produce dunque una sensazione, ma la riproduce. La sua contemplazione non ambisce alla conoscenza della realtà, né a stabilire un equilibrio assoluto tra io e mondo, ma cede alla volontà di materializzare con il pennello un processo di crescita personale.
Se per Mondrian il problema principale nelle arti plastiche, non era quello di evitare la rappresentazione degli oggetti, ma essere il più possibile oggettivi, per Silvia Lentini è l’opposto, consapevole del fatto che l’esperienza individuale è un fattore storico-artistico importante. Nelle sue opere pare realizzarsi un presente continuo, per cui è la continuità a consentire lo sviluppo figurale e di senso. Come l’immagine di una fotografia aderisce al presente insito in essa, rivolto al futuro, così le sue forme pittoriche appartengono a un presente in evoluzione che si sposta sempre in avanti.
Quello che ai nostri occhi appare un fiore, per l’artista è il segno che ha registrato in quell’attimo, il suo momento più intimo, non ammettendo il distacco dal tempo attuale di percezione espressa sul supporto.I suoi lavori potrebbero sembrare fine a se stessi, ma non è così ovvio. Se esaminati come singoli attimi che compongono il percorso sensorio dell’artista, essi risultano straordinariamente completi e convincenti, poiché è un insieme di “palpiti” che, crescendo, mettono a nudo la sua personalità.
La sua onestà intellettuale è che non anela rintracciare una verità universale nelle cose, poiché nessun lavoro artistico può raggiungere la verità assoluta: l’operato di una vita è sintomo solamente della propria autenticità più o meno valida. Per questo Silvia Lentini ricerca con cura un sistema che rispecchi la singolarità, così da mappare ogni giorno ogni centimetro del suo essere nel mondo, infine del mondo stesso.
Nel ventunesimo secolo, l’imperante de-materializzazione pittorica in favore di una urgenza di contemporaneità – con ogni sua connaturata implicazione – crea una barriera. Ma è proprio questa barriera che Silvia Lentini non vuole travalicare. All’attuale orientamento, lei oppone una delicata irrequietezza, una tensione interiore che la pongono di diritto dalla parte dei grandi “obiettori” del secolo scorso. La sua espressività non vuole essere né polemica né critica, ammettendo in modo palese un ritorno alle avanguardie di inizio novecento.
E’ proprio in questa sua ammissione che si esalta il tocco unico e privato dell’artista, una accuratezza e passione nel dipingere che definisce un metodo profondo, un metodo che non vuole e non può autorizzare la celebrazione di nessuno in particolare. Ciò che crea è quello che lei nutre nell’intimità. Per realizzare il suo io in ogni attimo, non può che utilizzare il pennello e la plasticità tonale. Alimentare il “calderone concettuale” sarebbe un tradimento nei confronti di ciò che è, di quanto potrà essere. Nei suoi lavori traspare la consapevolezza che soltanto muovendosi al centro della propria condizione, può sussistere l’opportunità concreta di riuscire a separarsi – almeno nell’idea – da quel gusto per un intellettualismo evoluto che riduce, in definitiva, ogni avanguardia in nuova accademia. Nella propria condizione espressiva, Silvia Lentini non vuole dimostrare: ci informa. Ci informa di come per ogni sensazione, sia possibile plasmare una forma di genuina visibilità, di un istante autenticato.
E’ il suo “attimo cromatico”.

TULIPS di Anton Giulio Niccoli

L’eclettismo di Silvia Lentini spinge il suo lavoro, da oltre un decennio, a toccare varie forme artistiche, registrando percorsi che schiudono le porte alla pittura tradizionale, alla scultura, all’arte astratta e concettuale, senza soluzione di continuità. La scelta del tulipano non è affatto marginale, ma come ogni sua creazione, desunta internamente.
I tulipani, in arte come in poesia, simboleggiano l’onestà, l’incostanza, l’impossibilità di discernere. Concetti che convengono al bagaglio formativo dell’artista: l’onestà intellettuale, che la scorta nel brandire di continuo un referente oggettivo del mondo esterno, predisporlo al suo pensiero, trasponendolo su una tela o qualsiasi altro materiale per assurgere un’effige di rinnovata accezione, concernente il suo essere donna.
Contesti o elementi quotidiani, comunemente assunti, divengono gli utensili di una peculiare ricerca, de-materializzati e pervenuti a simboli, conformi cioè al suo giardino mentoniero che abitualmente cura e rende prospero, fino al necessario ma mai risolutivo distacco; l’incostanza, intesa come ricerca artistica continua, curiosità, interesse, apertura al nuovo e alla differenza, impossibilitata a scadere nella frivolezza e nell’inconsistenza, poiché espressione di libertà in incognito, contemporanea volontà di slegarsi dalle stringhe del prevedibile e del gusto corrente per l’arte.
Silvia Lentini non segue tragitti specifici né “club” che allettano la piazza, ma ricerca costantemente un metodo artistico che permetta di contaminare il pubblico con la sua “joie de vivre”, per giungere alla chiarificazione d’una essenza prettamente umana e non di gelido automa; l’impossibilità di discernere totalmente e giudicare con spocchiosa fermezza, si evince dall’intelligenza nel capire che l’arte non può essere un qualcosa di assoluto, legittimo aprioristicamente, ma un esercizio relativo, un dono per tentare un’elaborazione esistenziale, non con imparzialità ma personalmente, al fine di porgere al prossimo un pensiero esclusivo, un monito, un concetto valido per l’artista che sovente non si ha l’urgenza, la possibilità di ghermire e confrontare.
Tulipani che per alcuni profumeranno soavemente, ad altri appariranno usuali. Ma è in seno al contrasto angolare che l’arte di Silvia Lentini sussiste, nell’accogliere un qualcosa di ovvio: il fatto che un’opera d’arte possa stupire o meno, ritenersi di livello o ordinaria, poiché riunisce fermamente tutto ciò che è umano, terreno, volubile. Il binomio elemento-elaborazione si staglia nella persistenza della memoria per accertare palesemente un discorso intimo, in grado di essere ospitato e ricusato senza effrazioni dal fruitore, acclamando una debita aporia.
Nella serie “Tulips”, Silvia Lentini inneggia a un altro valore, così importante per l’uomo: l’Eros. La morbidezza e sinuosità delle forme, effondono profonda motivazione e radice erotica che ricorda il piacere sessuale, ma svilisce al contempo quel superficiale impulso di appagamento dei sensi.
L’Eros o Amore in questione, preclude qualsiasi coinvolgimento pornografico che invade, volenti o nolenti, il panorama comunicazionale quotidiano, erigendosi invece a pura materia teatrale di avvenimenti atti a originare nello spettatore un senso generativo di vita. Brillantezza coloristica e carnale sensualità, ricordano un’intera letteratura di analogie erotizzanti attorno ai fiori, quel nuovo modernismo proposto da Georgia O’keefe, la raffinatezza di Mapplethorpe, quelle convergenze visive e psicologiche che appressano la “sessualità dei fiori” a quella umana e, ancora una volta, la capacità dell’artista di magnificare con il gesto una certa percezione elaborata, che la vincola a figurare tulipani in modi e colori difformi, non approdando mai all’interno del fiore, cosciente di avere intuizione esteriore dell’oggetto, narrante quel che si capta, non ciò che è in realtà. Rimanendo “al di fuori”, Silvia Lentini analizza e sviluppa l’idea da spettatrice, non ci insegna un dato di fatto egualmente accettato, ma sprona a riflettere, comprendere, valutare una condizione interpretativa: la propria.
L’arte, perso il suo valore di affermazione, diviene un’alternativa, uno strumento critico nelle nostre mani.